IL "DISOBBEDIENTE" CHE SI PRESE CURA DI GESÙ - Quarta parte

(Card. Ravasi, in Famiglia Cristiana, 19 marzo 2017)

Gli ultimi fatti evangelici che vedono coinvolto Giuseppe sono quelli riguardanti lo smarrimento di Gesù al tempio e il ritorno alla “normalità” della vita di Nazaret. Il primo episodio è ambientato in un pellegrinaggio a Gerusalemme, per la Pasqua. Giuseppe è coinvolto in un’inaspettata crisi familiare allorché, con Maria, si rende conto che il ragazzo non è nella carovana che sta tornando in Galilea. È una crisi familiare che scoppia in tutta la sua gravità e che chiede di essere ricomposta, consentendo ai membri di uscirne più cresciuti, più maturi. Da una parte vi è l’adolescente Gesù, che si stacca dai suoi genitori, dall’altra costoro che non hanno ancora fatto i conti con tale distacco, pur essendo Maria e Giuseppe! L’Evangelista non dice che la cosa è stata semplice, né per Giuseppe né per Maria; per questo mostra i tre giorni della loro ricerca angosciata (il termine greco designa anche una pena infinita!), finché non ritrovano Gesù al tempio. In qualche modo Giuseppe, con la sposa Maria, prefigura la comunità dei discepoli che dovrà vivere i tre giorni del mistero pasquale, nell’attesa di una luce, di una parola che le dia speranza e superi la notte tremenda che si è abbattuta sul loro discepolato. Infine la narrazione lucana porta l’attenzione del lettore sugli anni segreti di Gesù a Nazaret, là dove vive nella sottomissione ai suoi genitori. Qui a Nazaret Gesù entra nell’età adulta e riceve un’educazione nella quale il contributo di Giuseppe deve essere stato senza dubbio molto rilevante. Anzitutto Giuseppe trasmette a Gesù le conoscenze del proprio mestiere, ma lo introduce pure nella conoscenza della Tôrah, perché nel giudaismo l’educazione religiosa dei figli maschi è eminentemente affidata alla figura paterna. Peraltro è il padre che celebra le principali feste religiose che hanno sempre un’importante componente familiare; sempre Giuseppe, come gli altri padri di famiglia, deve avere condotto Gesù in sinagoga ogni sabato, facendogli acquisire quell’abitudine tipica del giudeo osservante, così come annota il Vangelo di Luca. Sempre a Nazaret scompare la figura evangelica di Giuseppe, che infatti non appare più durante la vita pubblica di Gesù. Da ciò la tradizione deduce una morte di Giuseppe circondato dalla presenza dei suoi, in particolare della sposa Maria e di Gesù. Ed è per questo che egli diventa la figura spirituale del protettore del moribondo cristiano, che affronta il trapasso con tutti i conforti della fede. Testimonia tale attenzione alla figura di Giuseppe – e in particolare alla sua infermità e morte – uno scritto apocrifo cristiano del V secolo, noto come Storia di Giuseppe il falegname.
Stampa il post

IL "DISOBBEDIENTE" CHE SI PRESE CURA DI GESÙ - Terza parte

(Card. Ravasi, in Famiglia Cristiana, 19 marzo 2017)

C’è un particolare che risulta davvero intrigante: quando l’angelo comanda a Giuseppe di rifugiarsi in Egitto per sottrarsi alla minaccia di Erode, il testo evangelico annota che Giuseppe “destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte, e fuggì in Egitto”. Questa “notte” non è soltanto un’indicazione cronologica delle circostanze della fuga precipitosa, ma segnala la prontezza dell’obbedienza di Giuseppe, e assume lo spessore simbolico del tema della notte nei testi biblici. In questo senso Giuseppe emerge davvero come padre di Gesù, non nell’aspetto biologico, ma nel significato più profondo: il padre è infatti colui che custodisce, protegge, apre il cammino. Il genitore è la figura umana che illustra al meglio quello che significa il prendersi cura da parte di Dio della nostra fragilità. Ebbene, Giuseppe è il padre che non soltanto custodisce e provvede al bambino quando è giorno, quando tutto è facile, scontato e solare; egli lo prende con sé nella notte, quando le difficoltà sembrano avere il sopravvento, ed espandersi le tenebre del dubbio, dell’agguato e del terrore. Alla dolcezza della madre e alla debolezza del bambino, egli accompagna la fermezza della sua presenza e dedizione. Giuseppe sa muoversi anche nella notte, mentre tiene fermo il ricordo del giorno, quel giorno che egli ha conosciuto vivendo una vita nella giustizia, cioè in un atteggiamento orante e obbediente davanti a Dio. Giuseppe non ha giocato al ribasso, a tirarsi indietro, a puntare sulle proprie comodità e sicurezze, ma ha preso con sé il bambino e Maria, diventando così per loro come un simbolo concreto, visibile, di quel Padre buono, di quel Dio che ha cura di tutti, di cui Gesù parlerà nell’Evangelo.

Non è un detentore del potere

Nel Vangelo di Luca la maternità verginale di Maria è chiaramente indicata nel contesto dell’annunciazione alla Vergine di Nazaret e non si dice nulla a proposito dell’atteggiamento di Giuseppe di fronte all’avvenimento misterioso che lo coinvolge. Semplicemente, nel prosieguo del racconto, in occasione del viaggio a Betlemme durante il quale Gesù viene alla luce, si mostra come Giuseppe abbia preso con sé Maria, sua sposa, assumendo dunque il carico della situazione creatasi. I successivi racconti dell’infanzia vedono Giuseppe al fianco di Maria, sposo solidale con lei, strettamente unito a lei in tutta la vicenda, dalla nascita alla circoncisione del bambino, fino alla presentazione al santuario di Gerusalemme e al misterioso episodio dello smarrimento e ritrovamento di Gesù dodicenne fra i dottori del tempio. La presenza di Giuseppe a fianco di Maria suggerisce la realtà di una coppia realmente affiatata, tutta protesa alla costruzione di una famiglia al cui centro sta la ricerca della volontà di Dio e dell’obbedienza alla sua legge. Giuseppe è un vero capofamiglia, che non vuole essere il detentore del potere, ma aiutare i membri della famiglia a lui affidata a compiere la propria vocazione. Per questo Luca, che ben conosce l’origine trascendente del Figlio di Maria, non esita a designare per due volte Giuseppe come “padre di Gesù”.
Stampa il post

IL "DISOBBEDIENTE" CHE SI PRESE CURA DI GESÙ - Seconda parte

(Card. Ravasi, in Famiglia Cristiana, 19 marzo 2017)

La giustizia di san Giuseppe è accoglienza della volontà divina

Essendo tuttavia uomo “giusto” – perché disponibile a compiere gioiosamente e fedelmente
la volontà divina – subito dopo, obbediente alla parola di Dio, consegna la propria vita a un progetto che lo trascende, con l’accettazione del comando di prendere con sé Maria. Ecco la giustizia di Giuseppe, che non è semplicemente quella derivante dall’osservanza scrupolosa dei comandamenti, ma la giustizia che è ricerca integrale della volontà divina, accolta con obbedienza piena. Attraverso questa obbedienza inizia per Giuseppe una vita nuova, con prospettive assolutamente insospettate, e con la scoperta di un senso più profondo del suo essere sposo e padre. Rimarrà così accanto alla sua donna quale sposo fedele, e a quel bimbo quale figura paterna positiva e responsabile. L’assunzione di questa responsabilità è espressa attraverso il fatto che è Giuseppe – secondo l’ordine angelico – a dare il nome di Gesù al figlio generato da Maria. L’atto del dare il nome significa che egli conferisce a quel bambino la sua identità sociale e che, proprio per questo, Gesù può essere riconosciuto quale vero discendente di Davide, così come esige la natura del Messia atteso. Questo bimbo è dunque consegnato alla responsabilità e all’amore di Giuseppe e, attraverso di lui, Dio consegna alla storia umana il più grande pegno della sua fedeltà, colui che è l’“Emmanuele”, il “Dio-con-noi”, profetizzato da Isaia. Certamente tutto ciò è avvolto nel mistero di Dio, al quale si accede solo con la fede. Ebbene, anche in questa eccelle Giuseppe, definito, proprio per la sua fede, con l’appellativo sobrio e grandioso, di “uomo giusto”. 

Uomo dei sogni obbediente alla volontà di Dio

Nel Vangelo matteano dell’infanzia, ogni volta che entra in gioco Giuseppe, la sua figura è caratterizzata da tre aspetti tra loro intrecciati: Giuseppe è l’uomo dei sogni, è l’obbediente che accoglie integralmente la volontà di Dio, è l’uomo che sa “prendere con sé”, cioè sa prendersi davvero cura delle persone affidategli. Attraverso il tema della visione angelica ricevuta nel sogno, l’Evangelista vuole alludere, con un linguaggio tratto dall’Antico Testamento (si pensi qui ai sogni dell’omonimo Giuseppe, nei racconti della Genesi), al mistero dell’irruzione del divino nella vita umana. Ebbene, Giuseppe è l’uomo che accoglie il sogno di Dio, perché in qualche modo sa egli stesso sognare una storia in cui Dio è coinvolto totalmente per la salvezza delle sue creature, così come suggerisce anche il nome di Salvatore-Gesù dato a quel bambino. Agli ordini angelici Giuseppe obbedisce sempre prontamente e ogni volta ricorre un’espressione assai suggestiva circa la sua pronta risposta: “prese con sé”. La prima volta è al termine dell’annunciazione di cui egli è il destinatario: “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”. Successivamente, il “prendere con sé” riguarda l’ordine angelico circa il bambino e la madre da far riparare in Egitto; infine la stessa espressione ricorre quando si tratta di ritornare dall’Egitto. In tutto ciò emerge il ritratto di Giuseppe come di un uomo che ha scoperto l’amore divino per questa umanità, e che ha esperimentato la serietà della decisione di Dio di essere l’Emmanuele. È da questa evidenza intima che procede la sua forza di prendersi cura e di accogliere con sé Maria e il bambino.
Stampa il post

IL "DISOBBEDIENTE" CHE SI PRESE CURA DI GESÙ - Prima parte

(Card. Ravasi, in Famiglia Cristiana, 19 marzo 2017)

I testi biblici relativi a Giuseppe, lo sposo di Maria e padre legale di Gesù, sono piuttosto scarsi, a prima vista quasi lacunosi, e ciò spiega l’abbondanza di letteratura apocrifa sul personaggio, tra cui si segnala in particolare il Protovangelo di Giacomo. Nondimeno, scavando con attenzione nei dati neotestamentari, emerge una figura interessante, capace di interpellare anche il lettore odierno. L’evangelista Marco non parla mai di Giuseppe, ma si limita a riportare quanto dicono i nazareni, allorché affermano che Gesù è il figlio di Maria, e che fa il carpentiere. È invece da Matteo e da Luca che conosciamo il nome del padre legale di Gesù e sposo di Maria. Per quanto riguarda l’attività di Giuseppe, bisogna riferirsi a Matteo 13, 55, versetto in cui Gesù viene definito come “il figlio del carpentiere”. Il termine greco téktôn, che si traduce solitamente con “carpentiere”, corrisponde al latino faber e indica un artigiano che lavora il legno o la pietra. Concretamente si può pensare al lavoro del carraio, o del fabbricante di aratri e di strumenti per l’agricoltura, nonché a uno che tratta genericamente il legno, il classico falegname, o ancora al carpentiere che provvede alle strutture in legno necessarie all’edilizia; questa era in quei tempi assai fiorente nella regione della Galilea, a causa della costruzione di nuove città. Ciò significa che Gesù ha imparato il mestiere da Giuseppe e ne deve aver rilevato l’attività alla sua morte; risulta pertanto il ritratto di una condizione economica dignitosa della famiglia di Giuseppe, anche se non si può definire agiata. Tale condizione permette ad esempio, a Giuseppe e a Maria, di recarsi ogni anno in pellegrinaggio a Gerusalemme, affrontando le spese del viaggio.

Com'era composta la famiglia di Giuseppe

Per quanto riguarda poi la composizione della famiglia di Giuseppe, la questione è difficilmente risolvibile alla luce dei dati a nostra disposizione, poiché si intreccia con il problema della presenza di “fratelli e sorelle” di Gesù, dei quali si parla più volte negli scritti neotestamentari e che non necessariamente vanno intesi come fratelli di sangue veri e propri, ma possono essere semplicemente cugini o anche parenti più lontani. Per vari interpreti si tratterebbe di fratellastri e sorellastre di Gesù, avuti da Giuseppe da un precedente matrimonio; ma la fonte di ciò è il più tardivo apocrifo noto come il Protovangelo di Giacomo e non uno scritto canonico. È Matteo che pone particolare attenzione alla figura dello sposo di Maria, offrendoci un ritratto squisito, indimenticabile, di Giuseppe. Infatti il primo Evangelista ci descrive come egli, dapprima, di fronte all’inattesa gravidanza della promessa sposa, vorrebbe uscire rispettosamente da una storia più grande di lui, senza opprimere con la sua presenza quella giovane donna che egli ama profondamente, e quel misterioso bambino che ella attende: “Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto”.
Stampa il post

LA PIENEZZA DELL'AMORE NUZIALE TRA GIUSEPPE E MARIA


Lasciate che vi sia spazio nel vostro essere insieme 
e lasciate che i venti del paradiso danzino tra voi.
Amatevi l'un l'altro ma non fate dell'amore una catena:
lasciate piuttosto che vi sia un mare in movimento tra i lidi delle vostre anime.
L'uno riempia il bicchiere dell'altro, ma non bevete dalla stessa tazza.
L'uno dia il pane all'altro, ma non mangiate dallo stesso filone.
Cantate, ballate insieme e siate gioiosi, ma lasciate che ognuno sia solo:
anche le corde di un liuto sono sole eppure fremono della stessa musica.
Datevi i vostri cuori ma non per possederli 
perchè solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
State in piedi insieme, ma non troppo vicini 
perchè le colonne del tempio stanno separate
e la quercia e il cipresso non crescono uno all'ombra dell'altro. 
(K.Gibran)

Nessuno come Giuseppe ha attuato in pienezza questa qualità dell'amore nuziale: armonia nella diversità, unità nella distinzione. Ogni unione umana, per essere autentica, comporta indipendenza e donazione, autonomia e integrazione, rispetto e intimità. Giuseppe l'ha dovuta vivere in modo straordinario, dato il mistero che si compiva in sua moglie Maria. È significativo notare che in un apocrifo cristiano tardo, La storia di Giuseppe falegname, il padre legale di Gesù ripete la sua tenerezza per la donna amata, Maria, il fascino provato a causa della sua bellezza, i sentimenti d'amore. Eppure egli sente di essere distante non per paura o gelosia, ma proprio per vero amore. È quell'amore che conosce il rispetto dolce e intenso, che sa di non possedere mai l'altro ma di riceverlo solo in dono. Ha scritto il cardinal Martini: “La diversità correlativa e complementare fra maschio e femmina fa sì che ognuno dei due necessiti dell'altro per essere se stesso, pur restando ognuno sempre diverso dall'altro nel suo mistero invalicabile che si apre solo per dono”.

Stampa il post

Giuseppe di Nazaret: il credente silenzioso [Terza parte]

(Giancarlo Pani, in La Civiltà Cattolica, 165 2014)

Ecco la vocazione del credente silenzioso: dare tutto se stesso, impegnare il proprio presente e il futuro perché la Parola di Dio diventi carne e vita in Gesù. Giuseppe diviene così il custode di Maria e di Gesù [16], sia nei momenti semplici sia in quelli difficili della vita quotidiana della casa di Nazaret. Egli è accanto a Maria a Betlemme nel momento trepidante del parto, nella circoncisione di Gesù e nella presentazione al Tempio, nella fuga in Egitto, nella ricerca angosciata del figlio, che poi ritrovano a Gerusalemme nel Tempio. Non sappiamo altro di Giuseppe, il santo che ancora in silenzio esce dalla scena del mondo: non è dato di conoscere nulla nemmeno della sua morte, neanche quando sia avvenuta. È chiaro che, quando Gesù svolge il suo ministero, Maria è ancora in vita (com'è testimoniato dai Vangeli), mentre di Giuseppe non si dice più nulla: probabilmente già da tempo era scomparso. Il santo silenzioso ha concluso, ancora una volta in silenzio, la sua esistenza. La vita di Giuseppe ci insegna a capire il linguaggio di Dio: è il linguaggio del silenzio, e Dio parla davvero, misteriosamente, nel silenzio. Non lo si può ascoltare nel frastuono della vita o nel rumore assordante dei nostri giorni, ma solo nel raccoglimento e nella vita interiore. Giuseppe ci insegna pure come aprire il cuore alla voce che viene dall'alto. Accostarsi alla Parola vuol dire essere attenti alla propria coscienza, alla chiamata che emerge misteriosamente dal silenzio. Significa accogliere il Signore che ci incontra e ci interpella nella quotidianità; e comporta il coraggio di affidarsi a lui piuttosto che credere ai nostri dubbi e alle nostre pur legittime ragioni: pregare altro non è che contemplare la presenza del Signore e vivere in comunione con lui. Ed è nel silenzio e nel mistero della coscienza che Dio si fa carne anche nella nostra vita, per essere da noi donato ai fratelli. Giuseppe, nella semplicità, lo ha capito e lo ha vissuto: per questo il suo silenzio è più eloquente di qualsiasi parola.


NOTE
 
[16] Cfr GIOVANNI PAOLO Esortazione apostolica Redemptoris custos, del 15 agosto 1989. 
Stampa il post

Giuseppe di Nazaret: il credente silenzioso [Seconda parte]

(Giancarlo Pani, in La Civiltà Cattolica, 165 2014)

Va detto che Giuseppe, nonostante il suo ruolo fondamentale nella vita di Gesù, non ha avuto molta fortuna nella tradizione iconografica cristiana: lo si rappresenta di solito come un anziano, con barba bianca, accanto a Maria, una donna giovanissima, e con un bastone in mano a cui si appoggia; in cima alla verga immancabilmente spunta un giglio candido... Ma Giuseppe non è un vecchio, tutt'altro! [7] Sappiamo che nella società ebraica del tempo ci si sposava adolescenti, di norma prima dei quindici anni. Giuseppe quindi è un giovane, si fidanza e si sposa con una donna giovane. Maria e Giuseppe sono due ragazzi che affrontano insieme la loro vita [8]. Anche sul lavoro di Giuseppe va precisato qualcosa. Da due passi del Vangelo si sa che era ho téktôn [9], termine che di solito viene tradotto con artigiano, carpentiere, falegname, costruttore [10]. Recenti scoperte archeologiche a Sefforis [11], vicino a Nazaret, ci inducono a pensare che si tratti piuttosto di un artigiano qualificato, di un geometra, forse di un architetto, nel senso che in un paese l'artigiano è un personaggio noto e di spicco (si noti l'articolo, ho téktôn, che farebbe pensare che nel paese non esistano molte persone con tale qualifica); in ogni caso allude a una posizione sociale modesta, ma buona, non certo indigente. Per il lavoro di Giuseppe, la famiglia di Gesù non rientrerebbe tra le famiglie poverissime di Nazaret. 
In tale contesto forse appare con più chiarezza l'episodio evangelico del sogno di Giuseppe. Quando Maria, all'annuncio dell'angelo, ha la consapevolezza di essere incinta, sul matrimonio della giovane coppia si profila lo sgomento. Per questo Giuseppe, «che era giusto» (Mt 1,19), decide di troncare il matrimonio e di rimandare in segreto la sposa: non per un'offesa alla sua dignità, ma per rispetto del volere di Dio. «Giusto», nella Bibbia, indica chi vive della legge del Signore ed è fedele ai suoi comandi [12]. Giuseppe però vuole anche essere attento a Maria, rispettoso di una situazione che non comprende, ma che lo supera e lo trascende. Perciò decide di mettersi da parte e sceglie la soluzione più radicale, che per lui è la rinuncia più grande. La sua posizione economica è dignitosa; dunque, può perdere la dote e allontanare Maria in segreto, senza creare scandalo [13]. I piani di Dio però sono diversi. 
Durante il sonno Giuseppe riceve una missione: «Non devi aver timore di sposare Maria, perché il bambino che lei aspetta è opera dello Spirito Santo. [...] E tu lo chiamerai Gesù» (Mt 1,20-21). Qui si rivela la grandezza d'animo di Giuseppe: mentre egli ha un suo proposito da realizzare, il Signore si fa avanti con un disegno sconcertante, stravolgente. Lo sposo di Maria potrebbe protestare, forse ribellarsi, avrebbe molte ragioni da far valere... E invece è una persona che ascolta e riflette, è attento alla parola che gli viene dall'alto, la medita nel suo cuore: non è indifferente all'annuncio dell'angelo, anzi ha il coraggio di mettersi in discussione e di confrontarsi con il misterioso messaggio. Giuseppe ha qui la sua annunciazione: deve rinunciare al proprio progetto per seguire il piano di Dio. Egli si dichiara disponibile e prende con sé la sua sposa. Ma, a differenza di Maria, Giuseppe non ha dalla nascita nessun «immacolato concepimento»: è un uomo come noi, con le sue debolezze, le sue incertezze, i suoi timori, le sue angosce, la sua paura per un futuro di cui non conosce assolutamente nulla. Non è facile accettare di essere padre di Gesù: lo si può fare solo con una umiliazione grandissima, o con uno smisurato orgoglio. Giuseppe dice il suo sì umile e si impegna a svolgere una missione fittizia, che pure ha una sua verità: Gesù è un bambino da curare e Maria è la sposa a cui deve stare a fianco giorno dopo giorno. Giuseppe non pensa a se stesso o al proprio vantaggio, non si difende da Dio, non accampa diritti, ma è attento alla chiamata che lo interpella e che gli chiede di mettersi al servizio del piano di salvezza. Che cosa questo comporti di fatto per Giuseppe non viene detto: gli viene chiesto solo - come a Maria - di affidarsi completamente a Dio. La fiducia di Giuseppe in Dio diventa così pane quotidiano per Gesù e per Maria: se la famiglia di Nazaret vive dignitosamente, è per il lavoro di Giuseppe; se Gesù ha da mangiare e da vestire, se in città, non ha gridato, e l'uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così estirperai il male in mezzo a te». Il primo caso non ha luogo, perché Maria e Giuseppe, benché sposi, non avevano iniziato la vita in comune; il secondo caso aveva bisogno di testimoni ed era caduto in disuso nel tempo. In seguito era prevalsa un norma meno drastica, che prevedeva il ripudio come atto pubblico con il libello cresce bene, se apprende le cose fondamentali della vita, se impara un mestiere, se conosce la fatica del lavoro, lo deve a Giuseppe [14]. Il ruolo tradizionale del padre ha, in Israele, una lunga storia e una tradizione specifica. Scrive uno storico dell'Antico Testamento: «Dopo la prima istruzione a opera della madre (cfr Pr 1,8; 6,20), il dovere di educare passava al padre. Questa educazione non comprendeva soltanto l'avvio a leggere e a scrivere (cosa di cui molti appaiono capaci, secondo Dt 6,9, 11,20; Gdc 8,14), e la formazione professionale (di regola il figlio ereditava la professione del padre), ma anche l'istruzione morale e religiosa» [15].


NOTE

[7] Nell'iconografia, l'età avanzata di Giuseppe serve a salvaguardare la verginità di Maria. Gli apocrifi sviluppano molto questo filone e lo giustificano per i fratelli e le sorelle di Gesù (che sarebbero frutto di un precedente matrimonio di Giuseppe). Ma nel V e VI secolo san Giuseppe è rappresentato imberbe e nel fiore degli anni. Nel 1505-1506, Raffaello, nel Matrimonio della Vergine (Milano, Brera), lo dipinge giovane. Diverso è invece il successo di san Giuseppe nella storia della Chiesa: tra il 1517 e il 1980 sono sorte 172 comunità religiose sotto il patrocinio del santo; di esse, 51 erano maschili e 121 femminili (cfr K. S. FRANK, «Josef, Mann Marias. Religiöse Gemeinschaften», in Lexíkon für Theologie und Kirche, vol. V, Freiburg – Basel – Rom - Wien, Herder, 1996, 1001-1003). 

[8] Tra i Padri, Girolamo riteneva che, al tempo di Gesù, l'età delle nozze per gli uomini fosse di 30 anni (Adv. jov. 1,3: PL 23,213); va ricordato anche MASSIMO DI TORINO, Serm. 43, che ribadisce la giovinezza di Maria: PL 57,639. L'apocrifo Storia di Giuseppe il falegname (del tardo VI secolo) pone il matrimonio di Maria all'età di 12 anni. 

[9] Mt 13,55: «Non è costui [Gesù] il figlio del téktón?». Cfr anche Mc 6,3: «Non è costui il téktón, il figlio di Maria?», mentre Luca ha semplicemente: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22). 

[10] Il termine téktôn indica propriamente un «carpentiere», un «produttore», uno che fabbrica, un operaio edile (nel latino della Vulgata è reso con faber); sarebbe meno esatto tradurlo con fabbro: cfr H. BALZ - G. SCHNEIDER, Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, vol. II, Brescia, Paideia, 1998, 1587 s; il termine è alla radice del nostro «architetto», cioè «capo costruttore». Si veda anche G. RAVASI, Giuseppe. Il padre di Gesù, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2014, 57-65. 

[11] La città, chiamata poi dai Greci Neocaesarea, si trova a 6 km da Nazaret ed è stata la prima capitale di Erode Antipa. Questi l'aveva ricostruita tra il 2 a.C. e il 20 d.C., dopo che era stata distrutta in seguito alla ribellione avvenuta alla morte di Erode il Grande. Al tempo di Gesù, Sefforis arrivava forse a 60.000 abitanti. La ricostruzione ha coinvolto muratori, falegnami e architetti dei paesi vicini, tra cui Nazaret. Cfr R. A. BATEY, Jesus & the Forgotten City. New Light on Sepphoris and the Urban World of Jesus, Grands Rapids (Mi), Baker Book House, 1991; G. RAVASI, Giuseppe..., cit., 60. 

[12] Cfr Sa/l1,2; Dt 6,17. «Giusto» quindi non indica propriamente l'onestà o la bontà d'animo, ma l'osservanza in maniera irreprensibile dei comandamenti del Signore. In particolare, in Matteo la prima parola detta da Gesù, in risposta a Giovanni Battista, riguarda la giustizia (cfr Mt 3,5); e al termine del Vangelo, Gesù è definito «giusto», anzi «il giusto», dalla moglie di Pilato (Mt 27,19). 

[13] Il libro del Deuteronomio, per tali circostanze, sancisce il ripudio della sposa e la lapidazione; inoltre il ripudio deve essere un atto pubblico. I casi contemplati sono due. Il primo, Dt 22,20-21: «Se la giovane non è stata trovata in stato di verginità, allora la faranno uscire all'ingresso della casa del padre e la gente della sua città la lapiderà a morte, perché ha commesso un'infamia in Israele, disonorandosi in casa del padre». Il secondo, Dt 22,23-24: «Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, giace con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città e li lapiderete a morte: la fanciulla perché, essendo (cfr Dt 24,1). Cfr H. L. STRACK - P. BILLERBECK, Das Evangelium nach Matthäus..., cit., 50-53. 

[14] Da Marco si conosce il mestiere di Gesù, che è lo stesso del padre. Cfr Mc 6,3: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria?»; si veda G. RAVASI, Giuseppe..., cit., 72 s. 

[15] Molti sono i passi biblici che insistono su tale dovere paterno: Es 10,2; 12,26-27; 13,8; Dt 4,9; 6,7.20-21; 32,7.44: cfr G. FOHRER, «L1165», in Grande Lessico del Nuovo Testamento, vol. XIV, Brescia, Paideia, 1984, 129 s.  
Stampa il post

Disclaimer

«Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001»