GIUSEPPE, SOCIO DELL'ECONOMIA SALVIFICA DI DIO

Pubblichiamo l'omelia, tenuta nella solennità di San Giuseppe e Giubileo del mondo del Lavoro, dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice.



Oggi ricordiamo Giuseppe – l’artigiano di Nazareth chiamato da Dio ad inserire il Figlio suo, Gesù, nella discendenza di Abramo e di Davide – nell’Anno giubilare, nell’Anno Santo indetto da Papa Francesco: un tempo per rimettere al centro l’Altro, gli altri, la Casa comune che ci ospita; Dio, la persona e la Terra. Un tempo per riappropriarsi del senso della vita e delle relazioni umane a partire da Dio. Un tempo per vagliare se i beni della Terra, destinati da Dio a tutti gli esseri viventi, arrivano realmente a tutti. Un tempo di relazioni riscattate dal male, dall’odio, dalla violenza, dalla brama di potere, dall’idolatria delle cose, dalla divinizzazione della ricchezza e dal culto ossessivo del profitto. Un tempo per la riconciliazione, il perdono e la pace. Un tempo per la cura e la custodia reciproca. Un tempo per rallentare e discernere.

Giuseppe viene detto da Matteo «giusto» (v. 19). Ora, alla luce della Scrittura, il giusto è colui che crede, come viene detto di Abramo nel primo libro della Bibbia (cfr Gen 15,6) e ribadito da Paolo Apostolo ai Romani: «Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18).

Giuseppe è un uomo di fede, un timorato di Dio, un amante e uno strenuo ricercatore della volontà di Dio. Abita in un villaggio dove lavora in proprio in una bottega e ama una donna con la quale vuole condividere la casa e la gioia di una famiglia. Un uomo e un lavoratore che conosce ben presto il travaglio e la contraddizione della vita. Gli accade qualcosa di imprevisto che stravolge la sua aspirazione e il suo progetto di vita: «Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta» (Mt 1,18). Ma Giuseppe, come scrive Papa Francesco nella lettera apostolica Patris corde, non teme «di lasciare a Dio il timone della barca» (n. 2) in balia delle onde. Chi crede non avrà tanta fretta, né riterrà alcun affare così grave e urgente da non concedere il tempo di portare Dio con sé.

Papa Francesco nel Messaggio all’Università di Palermo, l’8 febbraio 2025 afferma: «Vi affido una parola, che oggi è in controtendenza. Si tratta di un atteggiamento che ha distinto per secoli le culture del Mediterraneo: la lentezza. Il fascino della tecnica è intriso di velocità. Le cosiddette intelligenze artificiali ci seducono con la loro performatività».

La fede ci rende capaci di questa controtendenza, ci prepara alla ‘sapienza della lentezza’, del rientrare in se stessi per discernere il bene anche degli altri. Il testo evangelico registra proprio il ‘rallentamento’ di Giuseppe: «Mentre però stava considerando queste cose [Mentr’egli meditava tali cose]» (Mt 1,20). Nel pieno del suo ‘travaglio’ gli arriva un messaggio celeste: «non temere» (Mt 1,20). Così supera l’ansia, l’agitazione. E guadagna! Fa cassa! Diventa socio dell’economia salvifica di Dio. Produce economia divina ed ecologia umana. Resta umano e produce umanità. Percorre vie umane. Traccia vie di futuro. Accoglie Maria. La ama prendendola con sé. E in lei accoglie Dio stesso che rivela definitivamente il suo nome nel Figlio fattosi uomo, Gesù, nome che rivela l’identità del nascituro e il compimento del piano di Dio: “Il Signore salva”. Collaboratore di Dio, socio di Dio.

Il Signore custodisce l’amore umano, gli affetti, il lavoro, la casa. Rende sposi, spose, padri, madri, genitori, custodi ed educatori saggi dei figli. Lavoratori onesti. Professionali. E così si costruisce la Città degli uomini, la Casa comune e l’unica famiglia umana che la abita, nella giustizia, nella solidarietà e nella pace.

A voi che qui rendete presente il mondo del lavoro, a noi tutti, la figura di Giuseppe di Nazareth, uomo giusto, timorato di Dio, nell’Anno giubilare incentrato sul tema Pellegrini di Speranza, ha molto da dire per divenire ‘artigiani di segni di speranza’. Attendere è il mestiere più difficile.

Non possiamo nascondere che la qualità del lavoro non è migliorata, ed è sotto i nostri occhi che deflagrano a macchia d’olio crisi occupazionali senza precedenti, anche perché, in nome del profitto degli investitori finanziari, si preferisce delocalizzare in aree del mondo a basso costo di manodopera e a bassa frequenza sindacale.

Tante famiglie piangono. Per molti lavoratori e lavoratrici si prospetta un futuro nero a causa di modelli economici che calpestano le persone senza porsi problemi. Il gioco finanziario continua a mietere vittime e a lasciare sul lastrico persone e territori. Anche per questo a Palermo, in Sicilia, la mafia – malefica struttura di peccato e di oppressione – continua ad essere ‘azienda’ che offre ‘lavoro’!

C’è una sorta di ‘usa e getta’ nei confronti dei lavoratori che rende evidente un progetto di economia ‘incivile’ e disumana. Inoltre in tema di sicurezza sul lavoro, siamo ancora qui a contare le vittime, anche a motivo di codici degli appalti aggirati o sempre più deboli e di subappalti ‘sospetti’.

Inoltre, il crollo demografico e la fuga all’estero non fanno ben sperare per il domani. Il Rapporto italiani nel mondo 2024 curato dalla Fondazione Migrantes dimostra una crescente fuga all’estero dove vive una comunità composta da oltre 6.134.000 italiani: comunità sempre più giovane e dinamica. Il Sud resta la principale terra di partenza. La nostra Isola in particolare.

Ma è anche vero che dalle feritoie delle macerie spiccano raggi di speranza, come ha scritto recentemente Bruno Bignami direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI: «Ci sono imprenditori migranti che aprono partite Iva e ci provano. Ci sono giovani agricoltori che tornano alla terra con entusiasmo e stile innovativo. Ci sono start up che si fanno strada e fanno scuola. Ci sono cooperative sociali che creano opportunità per chi normalmente è escluso. Ci sono imprese che scommettono sulla sostenibilità. Ci sono imprenditori che si tengono stretti i loro dipendenti riconoscendo il valore delle loro competenze. Ci sono diocesi che continuano a investire sulla formazione giovanile “peer to peer” grazie al Progetto Policoro» (Giubileo 2025: semi di speranza nel lavoro, in SIR, 14 Gennaio 2025).

Ci sono, dunque, i segni di un cambio culturale che dice no a un’economia che muove denaro h24 e che non conosce soste e ferie. Tanti giovani pronti a lavorare ma che osano dire che il lavoro non può diventare totalizzante e che vedono l’urgenza di alternare festività e ferialità. Nasce il bisogno di far entrare dalla porta quello che si è gettato insipientemente dalla finestra. Una esigenza di rallentamento, di riconoscimento della persona, di riposo dell’umanità che ha i chiari contorni di un’istanza giubilare che va raccolta, promossa e rilanciata attraverso scelte concrete dell’economia e del mondo del lavoro. Il Giubileo ci può aiutare a riscoprire che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27).

Farci compagni di Giuseppe di Nazareth – a maggior ragione se siamo cristiani, discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che lui ha amato e custodito – ha una grande portata spirituale, umana, sociale ed economica.  Oggi più che mai è «tempo di credere».

Vorrei concludere con una citazione che prendo in prestito da un famoso libro di don Primo Mazzolari intitolato proprio Tempo di credere (sequestrato per ordine del Ministero della cultura popolare nel marzo 1941 e poi diffuso in forma clandestina): «“Chi crede non ha fretta”. Ci ha guastati l’educazione tecnica, il sintetismo chimico, che, staccandosi dal naturale, il quale ha un’andatura lenta, graduale ma sicura, ci ha portato verso l’artificioso e il violento. Tutto rapido: treni rapidi, maturazione rapida, guerra rapida … Un quadro non è ancora abbozzato, e vogliamo pronto il capolavoro: l’azione è ancora pensiero, e ne vogliamo gli effetti: non ci siamo ancora messi in strada e vogliamo essere arrivati. Dio è l’Eterno e noi pretendiamo di costringerlo ad agire coi nostri criteri effimeri, mentre il tempo che si fa storia, gli obbedisce secondo un ritmo d’eternità. La speranza è un credito fatto a Dio oltre ciò che l’uomo può vedere e capire».

Spes non confundit, la speranza riposta in Dio non fa confondere, non delude, non depista da ciò che è essenziale: dall’umano, dall’essere umani animati dalla carità e non dal profitto. Per una famiglia umana che vive nella Casa comune tracciando sentieri di pace e di bene nella custodia del desiderio e della certa speranza dei Cieli nuovi e della Terra nuova.

FONTE: Chiesa di Palermo

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SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE

Auguri a tutti i papà, a quanti festeggiano l'onomastico e a coloro che sono devoti di san Giuseppe!



Invochiamo l'intercessione di s. Giuseppe
O Dio onnipotente, 
che hai voluto affidare 
gli inizi della nostra redenzione 
alla custodia premurosa di san Giuseppe, 
per sua intercessione 
concedi alla tua Chiesa 
di cooperare fedelmente 
al compimento dell'opera di salvezza.

AMEN



PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 15 dicembre 2021

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Catechesi su San Giuseppe: 4. San Giuseppe uomo del silenzio

Cari fratelli e care sorelle, buongiorno!

Continuiamo il nostro cammino di riflessione su San Giuseppe. Dopo aver illustrato l’ambiente in cui è vissuto, il suo ruolo nella storia della salvezza e il suo essere giusto e sposo di Maria, oggi vorrei prendere in esame un altro aspetto importante della sua figura: il silenzio. Tante volte oggi ci vuole il silenzio. Il silenzio è importante, a me colpisce un versetto del Libro della Sapienza che è stato letto pensando al Natale e dice: “Quando la notte era nel più profondo silenzio, lì la tua parola è discesa sulla terra”. Il momento di più silenzio Dio si è manifestato. E’ importante pensare al silenzio in quest’epoca che esso sembra non abbia tanto valore.

I Vangeli non ci riportano nessuna parola di Giuseppe di Nazaret, niente, non ha mai parlato. Ciò non significa che egli fosse taciturno, no, c’è un motivo più profondo. Con questo suo silenzio, Giuseppe conferma quello che scrive Sant’Agostino: «Nella misura in cui cresce in noi la Parola – il Verbo fatto uomo – diminuiscono le parole». [1] Nella misura che Gesù - la vita spirituale - cresce, le parole diminuiscono. Questo che possiamo definire il “pappagallismo” parlare come pappagalli, continuamente, diminuisce un po’. Lo stesso Giovanni Battista, che è «la voce che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore”» ( Mt 3,1), dice nei confronti del Verbo: «Egli deve crescere e io devo diminuire» ( Gv 3,30). Questo vuol dire che Lui deve parlare e io stare zitto e Giuseppe con il suo silenzio ci invita a lasciare spazio alla Presenza della Parola fatta carne, a Gesù.

Il silenzio di Giuseppe non è mutismo; è un silenzio pieno di ascolto, un silenzio operoso, un silenzio che fa emergere la sua grande interiorità. «Una parola pronunciò il Padre, e fu suo Figlio – commenta San Giovanni della Croce, – ed essa parla sempre in eterno silenzio, e nel silenzio deve essere ascoltata dall’anima». [2]

Gesù è cresciuto a questa “scuola”, nella casa di Nazaret, con l’esempio quotidiano di Maria e Giuseppe. E non meraviglia il fatto che Lui stesso, cercherà spazi di silenzio nelle sue giornate (cfr Mt 14,23) e inviterà i suoi discepoli a fare tale esperienza per esempio: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’» (Mc 6,31).

Come sarebbe bello se ognuno di noi, sull’esempio di San Giuseppe, riuscisse a recuperare questa dimensione contemplativa della vita spalancata proprio dal silenzio. Ma tutti noi sappiamo per esperienza che non è facile: il silenzio un po’ ci spaventa, perché ci chiede di entrare dentro noi stessi e di incontrare la parte più vera di noi. E tanta gente ha paura del silenzio, deve parlare, parlare, parlare o ascoltare, radio, televisione …, ma il silenzio non può accettarlo perché ha paura. Il filosofo Pascal osservava che «tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera». [3]

Cari fratelli e sorelle, impariamo da San Giuseppe a coltivare spazi di silenzio, in cui possa emergere un’altra Parola cioè Gesù, la Parola: quella dello Spirito Santo che abita in noi e che porta Gesù. Non è facile riconoscere questa Voce, che molto spesso è confusa insieme alle mille voci di preoccupazioni, tentazioni, desideri, speranze che ci abitano; ma senza questo allenamento che viene proprio dalla pratica del silenzio, può ammalarsi anche il nostro parlare. Senza la pratica del silenzio si ammala il nostro parlare. Esso, invece di far splendere la verità, può diventare un’arma pericolosa. Infatti le nostre parole possono diventare adulazione, vanagloria, bugia, maldicenza, calunnia. È un dato di esperienza che, come ci ricorda il Libro del Siracide, «ne uccide più la lingua che la spada» (28,18). Gesù lo ha detto chiaramente: chi parla male del fratello e della sorella, chi calunnia il prossimo, è omicida (cfr Mt 5,21-22). Uccide con la lingua. Noi non crediamo a questo ma è la verità. Pensiamo un po’ alle volte che abbiamo ucciso con la lingua, ci vergogneremmo! Ma ci farà tanto bene, tanto bene.

La sapienza biblica afferma che «morte e vita sono in potere della lingua: chi ne fa buon uso, ne mangerà i frutti» (Pr 18,21). E l’apostolo Giacomo, nella sua Lettera, sviluppa questo antico tema del potere, positivo e negativo, della parola con esempi folgoranti e dice così: «Se uno non sbaglia nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. […] anche la lingua è un piccolo membro, eppure si vanta di grandi cose. […] Con essa benediciamo il Signore e Padre; e con essa malediciamo gli uomini, che sono fatti a somiglianza di Dio. Dalla medesima bocca escono benedizioni e maledizioni” (3,2-10).

Questo è il motivo per cui dobbiamo imparare da Giuseppe a coltivare il silenzio: quello spazio di interiorità nelle nostre giornate in cui diamo la possibilità allo Spirito di rigenerarci, di consolarci, di correggerci. Non dico di cadere in un mutismo, no, ma di coltivare il silenzio. Ognuno guardi dentro a se stesso: tante volte stiamo facendo un lavoro e quando finiamo subito cerchiamo il telefonino per fare un’altra cosa, sempre stiamo così. E questo non aiuta, questo ci fa scivolare nella superficialità. La profondità del cuore cresce col silenzio, silenzio che non è mutismo, come ho detto, ma che lascia spazio alla saggezza, alla riflessione e allo Spirito Santo. Noi a volte abbiamo paura dei momenti di silenzio, ma non dobbiamo avere paura! Ci farà tanto bene il silenzio. E il beneficio del cuore che ne avremo guarirà anche la nostra lingua, le nostre parole e soprattutto le nostre scelte. Infatti Giuseppe ha unito al silenzio l’azione. Egli non ha parlato, ma ha fatto, e ci ha mostrato così quello che un giorno Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). Parole feconde quando parliamo e noi abbiamo il ricordo di quella canzone “Parole, parole, parole…” e niente di sostanziale. Silenzio, parlare giusto, qualche volta mordersi un po’ la lingua, che fa bene, invece di dire stupidaggini.

Concludiamo con una preghiera:

San Giuseppe, uomo del silenzio,
tu che nel Vangelo non hai pronunciato nessuna parola,
insegnaci a digiunare dalle parole vane,
a riscoprire il valore delle parole che edificano, incoraggiano, consolano, sostengono.
Fatti vicino a coloro che soffrono a causa delle parole che feriscono,
come le calunnie e le maldicenze,
e aiutaci a unire sempre alle parole i fatti. Amen.

_______________________________________

[1] Discorso 288, 5: PL 38, 1307.

[2] Dichos de luz y amor, BAC, Madrid, 417, n. 99.

[3] Pensieri, 139.
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NOVENA A SAN GIUSEPPE - NONO GIORNO

Per la novena a San Giuseppe, quest'anno mediteremo sull'aspetto del silenzio, che tanto ha connotato la sua vita e la sua missione.

Affidiamoci al santo patriarca, perché ci insegni a essere, come lui, persone capaci di fare spazio a quel silenzio che non è "vuoto", ma pienezza, capacità di ascolto, accoglienza, operosità.
Buona novena a tutti!


Invochiamo l'intercessione di s. Giuseppe
O Dio onnipotente, 
che hai voluto affidare 
gli inizi della nostra redenzione 
alla custodia premurosa di san Giuseppe, 
per sua intercessione 
concedi alla tua Chiesa 
di cooperare fedelmente 
al compimento dell'opera di salvezza.

AMEN




Il silenzio dello stupore

«Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui» (Lc 2, 33).

Giuseppe, insieme a Maria, vivono lo stupore dell’ascolto della «voce del popolo che diventa la voce di Dio». Solo lo stupore conosce e solo lo stupore ci apre alla meraviglia dell’amore di Dio. Giuseppe, maestro del silenzio, c’insegni lo stupore davanti al creato, ad un bambino che piange, ad un malato che sorride, all’innamoramento di due sposi, all’amore di Dio sempre nuovo. Il grande scienziato Albert Einstein diceva: «Chi non riesce più a provare stupore e meraviglia è già come morto e i suoi occhi sono incapaci di vedere».

Infine, il grande teologo ortodosso Paul Evdokimov scrive che la nostra vita è tra il tempio e la strada, il silenzio e la parola, la solitudine e la comunità: «Gesù, “al mattino, essendosi alzato molto prima del giorno, uscì e se ne andò in un luogo deserto e là pregava”. Il “deserto” per gli asceti diviene interiore e significa la concentrazione dello spirito raccolto e silenzioso. È a questo livello, in cui l’uomo sa tacere, che si pone la vera preghiera e che l’essere è misteriosamente visitato. Paul Claudel osserva che il Verbo è il figlio adottivo del silenzio perché san Giuseppe percorre le pagine dell’evangelo senza pronunciare una sola parola. Per ascoltare la voce del Verbo si deve saper ascoltare il suo silenzio, soprattutto impararlo. L’esperienza dei Maestri è categorica: se non si sa far posto nella propria vita al raccoglimento, al silenzio, è impossibile giungere ad un grado più alto e poter pregare sulle piazze».

(Meditazione di Fra' Emiliano Antenucci, Fonte: L'Osservatore Romano)
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NOVENA A SAN GIUSEPPE - OTTAVO GIORNO

Per la novena a San Giuseppe, quest'anno mediteremo sull'aspetto del silenzio, che tanto ha connotato la sua vita e la sua missione.

Affidiamoci al santo patriarca, perché ci insegni a essere, come lui, persone capaci di fare spazio a quel silenzio che non è "vuoto", ma pienezza, capacità di ascolto, accoglienza, operosità.
Buona novena a tutti!


Invochiamo l'intercessione di s. Giuseppe
O Dio onnipotente, 
che hai voluto affidare 
gli inizi della nostra redenzione 
alla custodia premurosa di san Giuseppe, 
per sua intercessione 
concedi alla tua Chiesa 
di cooperare fedelmente 
al compimento dell'opera di salvezza.

AMEN



Giuseppe: colui che insegna il mestiere di vivere

L’ultima apparizione di Giuseppe avviene molto più avanti nel Vangelo, al cap. 13 di Matteo:

Terminate queste parabole, Gesù partì di là. Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi. (Mt 13,53-58)

L’ultima funzione del padre che tutti noi sappiamo e gli riconosciamo è quello di insegnare il mestiere, anzi il mestiere di vivere! Giuseppe non è solo custode, non è solo colui che legge i segni della storia, ma è anche colui che insegna un mestiere, una professione, ma soprattutto trasmette il mestiere di vivere. Il padre è colui che permette di “rubare il mestiere”, attraverso la sua esperienza, le sue capacità, perché mediante queste insegna il vero mestiere che conta: il mestiere di vivere, la sapienza della vita. «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,17b). Nel rapporto col padre umano Gesù ha ricevuto la forma umana della rivelazione del Padre che è nei cieli.

Ecco questa è la figura di Giuseppe di Nazareth come ci viene presentata dal Vangelo. E molti sono gli elementi ancora attuali oggi, per cui ringraziamo il Signore di aver avuto i nostri padri che sono stati in parte e in tutto come Giuseppe. Li ricordiamo con affetto. Per questo la figura di San Giuseppe è e rimane una figura importante nella nostra vita e nella Chiesa.

(Meditazione di Mons. Franco Giulio Brambilla, Fonte: Diocesi di Novara)
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NOVENA A SAN GIUSEPPE - SETTIMO GIORNO

Per la novena a San Giuseppe, quest'anno mediteremo sull'aspetto del silenzio, che tanto ha connotato la sua vita e la sua missione.

Affidiamoci al santo patriarca, perché ci insegni a essere, come lui, persone capaci di fare spazio a quel silenzio che non è "vuoto", ma pienezza, capacità di ascolto, accoglienza, operosità.
Buona novena a tutti!


Invochiamo l'intercessione di s. Giuseppe
O Dio onnipotente, 
che hai voluto affidare 
gli inizi della nostra redenzione 
alla custodia premurosa di san Giuseppe, 
per sua intercessione 
concedi alla tua Chiesa 
di cooperare fedelmente 
al compimento dell'opera di salvezza.

AMEN



Giuseppe: colui che legge i segni del tempo


L’ultimo episodio in cui Giuseppe compare nei Vangeli dell’infanzia è il ritorno dall’Egitto, dove Giuseppe si mostra capace di leggere i “segni dei tempi”. Nel racconto c’è un triplice dirottamento della sua famiglia da parte di Giuseppe:

“Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele.  Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea andò ad abitare in una città chiamata Nazareth”. (Mt 2,19-21)

Avviene un triplice dirottamento, prima verso Israele, poi in Galilea e, infine, a Nazareth. Quindi in certo modo Giuseppe legge i segni della storia, che non sono subito chiari. Nel testo per tre volte si ripete la particella “εἰς”, per indicare una triplice correzione della direzione di ritorno: Israele, la Galilea e, infine, Nazareth. Giuseppe è colui che è capace di leggere i segni dei tempi, di comprendere quando ci sono i pericoli, gli eventi, le opportunità sul cammino, che porta al paese dove si è generati alla vita in formato adulto.

 (Meditazione di Mons. Franco Giulio Brambilla, Fonte: Diocesi di Novara)
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NOVENA A SAN GIUSEPPE - SESTO GIORNO

Per la novena a San Giuseppe, quest'anno mediteremo sull'aspetto del silenzio, che tanto ha connotato la sua vita e la sua missione.

Affidiamoci al santo patriarca, perché ci insegni a essere, come lui, persone capaci di fare spazio a quel silenzio che non è "vuoto", ma pienezza, capacità di ascolto, accoglienza, operosità.
Buona novena a tutti!


Invochiamo l'intercessione di s. Giuseppe
O Dio onnipotente, 
che hai voluto affidare 
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alla custodia premurosa di san Giuseppe, 
per sua intercessione 
concedi alla tua Chiesa 
di cooperare fedelmente 
al compimento dell'opera di salvezza.

AMEN



Giuseppe: colui che è il custode del futuro


La terza menzione di Giuseppe si riferisce alla fuga in Egitto:

“Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».

Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto”. (Mt 2,13-14)

Qui Erode rivela il suo intento omicida, al contrario di quanto aveva simulato nel suo interessamento con i Magi (Mt 2,7-8). In questa occasione emerge la terza funzione del padre che è quella di essere custode, custode del destino futuro di Gesù. Erode il persecutore non può aver potere su Gesù. Giuseppe preserva i suoi portandoli in una zona franca, come il Giuseppe della Genesi, in Egitto, ha custodito il futuro di Israele.

È suggestiva la rappresentazione della fuga in Egitto in uno dei riquadri della Parete Gaudenziana nella Chiesa delle Grazie a Varallo, nella quale Giuseppe è rappresentato con lo sguardo teso verso l’orizzonte, accanto all’angelo che tira l’asino mentre essi fuggono. Il padre è colui che scruta l’orizzonte, mette in sicurezza, è il custode del futuro. Se vede il figlio che sta per cadere nel burrone lo tira su, magari lo rimprovera con il rischio di avere la mano un po’ forte, ma gl’interessa salvare la persona, custodire il suo futuro!

(Meditazione di Mons. Franco Giulio Brambilla, Fonte: Diocesi di Novara)
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NOVENA A SAN GIUSEPPE - QUINTO GIORNO

Per la novena a San Giuseppe, quest'anno mediteremo sull'aspetto del silenzio, che tanto ha connotato la sua vita e la sua missione.

Affidiamoci al santo patriarca, perché ci insegni a essere, come lui, persone capaci di fare spazio a quel silenzio che non è "vuoto", ma pienezza, capacità di ascolto, accoglienza, operosità.
Buona novena a tutti!


Invochiamo l'intercessione di s. Giuseppe
O Dio onnipotente, 
che hai voluto affidare 
gli inizi della nostra redenzione 
alla custodia premurosa di san Giuseppe, 
per sua intercessione 
concedi alla tua Chiesa 
di cooperare fedelmente 
al compimento dell'opera di salvezza.

AMEN



Giuseppe: colui che prende con sé Maria e dà il nome a Gesù

“Così fu generato Gesù Cristo”, il testo originale dice: “Ecco quale fu la genesi di Gesù Cristo” (Mt 1,18). Il primo versetto del vangelo di Matteo dice: libro della genesi di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo. Quindi il racconto parla di due generazioni: quella orizzontale che avviene attraverso Giuseppe e quella verticale che accade attraverso Maria: l’anello che era rimasto aperto con la prima generazione che si snoda nella storia viene chiuso con la seconda nascita dall’alto!

Continua, infatti, il Vangelo:

“… essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo” (Mt 1,18b).

In greco il testo è molto più diretto.

19Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto (Mt 1,19).

Il racconto lascia supporre che Giuseppe conosca la situazione di Maria, ma l’evangelista dichiara a noi anticipatamente da dove viene Gesù (da Spirito Santo!), creando un effetto di attesa per come si comporterà Giuseppe. 

20Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno… (Mt 1,20a)

È interessante notare che i tre racconti su Giuseppe sono ambientati durante tre sogni, illuminando la figura di Giuseppe di Nazareth alla luce e in parallelo con la figura di Giuseppe dell’Antico Testamento, figlio di Israele/Giacobbe, il fratello tra i dodici che fu un grande sognatore:

«Giuseppe, figlio di Davide,
ecco sentiamo che l’ultimo anello si chiude!
non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20b)

Prendere con sé significa passare dalla prima alla seconda tappa del matrimonio, secondo il rito giudaico. Nel matrimonio ebraico in un primo momento c’è il vero e proprio patto, rompere il quale significava, se volessimo dirlo col linguaggio attuale, divorziare, mentre nel secondo momento si passava alla coabitazione:

Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù… » (ivi).

Il compito di Giuseppe è duplice: prendere con sé Maria e dare il nome a Gesù. Dunque, secondo l’apparizione in sogno a Giuseppe, il padre è colui che dà il nome! Anche per noi il modo con cui si riconosce il proprio figlio è dargli il nome. In tal senso è sbagliato chiamare Giuseppe “padre putativo” (presunto, supposto), perché Giuseppe è il padre legale e in quanto tale dà il nome, così com’era previsto dal diritto ebraico.

Quindi il secondo compito del padre è di introdurre il figlio nello spazio della madre, nella casa e di conferire il nome. Ci sono due cose che non ci siamo inventati, ma che sono iscritte dentro di noi: il corpo e il nome! Queste due realtà sono ricevute in dono, nessuno può manometterle, sono il segno che la nostra vita, per l’aspetto più importante, non l’abbiamo creata noi, poiché la vita è un dono ricevuto prima che una conquista fatta.

Ecco allora la seconda funzione del padre: riuscire a dare un volto e un nome, creare una storia umana che proceda oltre. Per questo la mancanza o l’evanescenza o l’evaporazione del padre è drammatica, perché non c’è chi dà il nome al figlio per farlo emergere dal grembo della madre. La funzione del padre e della madre sono profondamente intrecciate tra loro. Dare un nome significa staccare il figlio dal grembo della madre. La prima voce che il bambino sente, diversa da quella della mamma, è esattamente la voce del padre. Il bambino ha sentito la voce della madre per nove mesi… la prima forma di distanziamento dalla madre, per quanto la sua presenza rimanga decisiva per tutta la vita, proviene dall’ascoltare la voce del padre. Per questo è importante che la madre lasci il dovuto spazio al padre.

24«Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; 25senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù». (Mt 1,24-24)

È uno schema abbastanza semplice ricorrente nella bibbia: comando-esecuzione, che accade per ben tre volte attraverso la figura di Giuseppe. Per questo non bisogna troppo ironizzare sul fatto che Giuseppe non parli mai. Sarebbe psicologizzare troppo il racconto, prestargli i nostri sentimenti. Il silenzio di Giuseppe è molto eloquente.

(Meditazione di Mons. Franco Giulio Brambilla, Fonte: Diocesi di Novara)
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